Valditara liquida lo psicologo obbligatorio a scuola come una “sciocchezza”, ma i dati sul disagio degli studenti raccontano altro

“Sciocchezza”. È così che Giuseppe Valditara ha liquidato la proposta dello psicologo obbligatorio a scuola durante il convegno “Costruire corresponsabilità educativa”, ospitato al Senato il 6 ottobre 2026. Il ministro dell’Istruzione ha preso le distanze dalla “psicologizzazione di tutti gli studenti”, sostenendo la necessità di interventi mirati per i ragazzi con particolari criticità.
Il bello è che la proposta da cui si dissocia arriva dalla Lega. L’ha lanciata Armando Siri, responsabile nazionale dei Dipartimenti del partito, mentre la prima firmataria indicata è la deputata Giorgia Latini. Il progetto prevede due ore mensili obbligatorie di educazione psicologica, all’inizio nelle superiori, e l’ingresso graduale di 18 mila psicoterapeuti, poi l’estensione a medie ed elementari. Per pagare il conto, Siri propone un’addizionale Ires dello 0,65% sulle grandi società con più di 100 milioni di euro di fatturato.
Sia chiaro: è un progetto enorme e di cose da discutere ce ne sono parecchie. L’obbligatorietà, i costi, il ruolo delle famiglie, il confine tra educazione psicologica e attività clinica, come si accede ai colloqui individuali. Quello che non regge è raccontarlo come l’obbligo per ogni bambino di “andare in terapia”: Siri lo ha presentato soprattutto come gestione delle emozioni, ascolto e prevenzione, e su questo la forzatura c’è. Si può criticare un’idea senza attribuirle contenuti che non prevede.
Poi c’è il precedente, che è quasi comico. Il 17 gennaio 2024 la stessa Latini aveva depositato alla Camera la proposta di legge A.C. 1653 per istituire lo psicologo scolastico “nelle scuole di ogni ordine e grado”. Firmatari: anche Simona Loizzo, Giovanna Miele e Rossano Sasso. La proposta risulta ancora all’esame della Commissione Cultura. Sasso, nel frattempo passato a Futuro Nazionale, oggi è tra i critici più duri della nuova iniziativa leghista. Capita.
I due testi hanno impostazioni diverse, certo. Ma lo psicologo come presenza strutturale nelle scuole, fino a due anni fa, sembrava abbastanza presentabile da meritare quattro firme parlamentari. Nel frattempo è cambiato qualcosa. I bisogni dei ragazzi, però, sono rimasti lì.
A 11 anni uno studente su due si sente già sotto pressione
Prima che la discussione si riduca a una guerra sull’aggettivo “obbligatorio”, guardiamo come stanno i ragazzi. I dati nazionali arrivano dalla sorveglianza HBSC coordinata dall’Istituto Superiore di Sanità con le università di Torino, Padova e Siena. Nel 2022 sono state campionate 6.388 classi in tutte le Regioni, di cui 5.673 hanno partecipato all’indagine. I questionari degli studenti inclusi nelle analisi sono stati 89.321, relativi alle fasce d’età di 11, 13, 15 e 17 anni.
Già a 11 anni circa il 50% di ragazzi e ragazze dichiara di sentirsi abbastanza o molto sotto pressione per il lavoro scolastico. Con l’età la quota sale, e tra le ragazze arriva all’80% intorno ai 15 anni e lo supera a 17. Undici anni. L’età in cui dovrebbero preoccuparti al massimo le figurine mancanti nell’album.
Sono risposte soggettive, non diagnosi. Ma liquidarle come “rumore adolescenziale” richiede una certa fantasia statistica. Il resto non migliora. Sempre nell’HBSC, meno del 30% delle ragazze dai 13 anni in su definisce “eccellente” la propria salute; tra le diciassettenni si scende al 13%. Circa metà dei maschi riferisce almeno due sintomi psicosomatici più di una volta a settimana; tra le ragazze si supera il 60% e si va oltre l’80% a 15 e 17 anni. Dentro ci finiscono mal di testa, mal di stomaco, difficoltà ad addormentarsi, nervosismo, irritabilità e il sentirsi giù di morale.
Anche qui parliamo di sintomi riferiti, che possono avere cause diverse, non di cartelle cliniche. Però, secondo l’Istituto Superiore di Sanità, tra 2018 e 2022 la situazione è peggiorata, soprattutto tra le adolescenti e nelle età più alte.
E c’è un dato ancora più fresco. Nel Rapporto OsMed 2025 dell’AIFA, pubblicato ad agosto 2026, la prevalenza d’uso di psicofarmaci sotto i 18 anni ha raggiunto lo 0,64%, cioè circa 6,4 minori ogni mille, con un aumento del 12,1% in un solo anno. Rispetto al 2016 i consumi sono triplicati.
Attenzione a non leggerlo male: questo numero misura l’uso di medicinali, non il disagio psicologico complessivo. L’aumento può dipendere anche da una maggiore capacità di riconoscere e trattare determinate condizioni, e un farmaco prescritto può corrispondere a una terapia appropriata. La prevalenza italiana, inoltre, rimane inferiore a quella osservata in altri Paesi.
Resta una crescita importante, che lo stesso ministro della Salute, Orazio Schillaci, ha definito strutturale. A febbraio ricordava alla Camera che troppo spesso il disagio arriva all’osservazione medica “quando è in fase acuta, troppo tardi”.
Lo psicologo agli studenti lo paga già il Ministero
La distanza tra Valditara e la Lega riguarda soprattutto il modello. Perché il suo Ministero ha già istituito AscoltaMI, un servizio sperimentale di sostegno psicologico per gli studenti dell’ultimo anno delle medie e del primo biennio delle superiori.
Il fondo vale 18,5 milioni di euro l’anno dal 2026. Il servizio è volontario, si svolge online e per i minorenni serve il consenso dei genitori. Ogni voucher vale 250 euro e copre fino a cinque incontri individuali con uno psicologo. Il decreto ministeriale spiega che l’obiettivo è prevenire i fattori di rischio, sostenere il benessere psicologico e intercettare le fragilità che richiedano l’intervento dei servizi territoriali.
Cinque incontri volontari per alcuni studenti e due ore mensili per tutti sono due modelli molto diversi. Discutere quale abbia più senso, quanto debba costare e fin dove la scuola possa entrare nella sfera personale dei ragazzi è legittimo. Ma l’idea di lavorare sulla prevenzione è già scritta nei decreti del Ministero. Liquidare l’intera questione come una “sciocchezza” sarebbe quindi piuttosto sbrigativo.
Cosa dice la ricerca sugli interventi a scuola
Anche l’Organizzazione mondiale della sanità si è espressa sulla prevenzione in adolescenza. Le sue linee guida raccomandano interventi psicosociali universali per tutti gli adolescenti, con attività su regolazione emotiva, gestione dello stress, capacità relazionali, problem solving e assertività.
La raccomandazione è forte, anche se l’OMS giudica bassa la certezza complessiva delle prove. Tra le ragioni c’è il fatto che gli interventi universali a scuola possono raggiungere molti ragazzi e contribuire a ridurre lo stigma dell’accesso selettivo ai servizi. Per capirci: se partecipano tutti a un’attività educativa, nessuno viene identificato come “quello che va dallo psicologo”.
Questo non significa che l’OMS approvi la proposta della Lega: non prescrive due ore al mese con uno psicoterapeuta italiano, né un modello organizzativo preciso. Però offre un elemento scomodo da infilare dentro la parola “sciocchezza”: la prevenzione universale della salute mentale in adolescenza è una strategia sanitaria studiata e raccomandata.
C’è poi una revisione sistematica con meta-analisi del 2024: 75 studi e 40.498 studenti sugli interventi brevi di salute mentale a scuola. Gli effetti medi sono piccoli ma statisticamente significativi, e ancora rilevabili fino a un anno dopo. Piccoli, ho detto. Niente bacchetta magica, niente generazione guarita in quattro lezioni. Gli studi riguardano programmi differenti, della durata massima di quattro sedute o 240 minuti complessivi, e non permettono di stabilire quale sarebbe l’efficacia delle due ore mensili previste dalla Lega. Qualche beneficio misurabile, però, c’è.
Le due ore della Lega si possono ridiscutere, riscrivere o lasciare a prendere polvere in un cassetto parlamentare. Restano quasi 90 mila studenti coinvolti nell’indagine dell’ISS, circa metà degli undicenni che dichiara di sentirsi sotto pressione per la scuola e un consumo di psicofarmaci tra i minori triplicato dal 2016. La parola “sciocchezza” occupa molto meno spazio. I numeri, purtroppo, un po’ di più.
