Violenza domestica: la CEDU condanna l’Italia per una sentenza “sessista”, scatta il risarcimento per una donna e i suoi figli

Per tre anni hanno vissuto in una casa rifugio. Lei, Audrey Carmen Manuela Ubeda, costretta a lasciare la propria quotidianità per mettersi al sicuro. I suoi figli, cresciuti lontano da una vita normale mentre le istituzioni chiamate a proteggerli accumulavano ritardi in mezzo a una marea di stereotipi.
Ora, a dare loro ragione è la Corte europea dei diritti dell’uomo, che ha condannato l’Italia per non aver gestito adeguatamente le denunce di violenza domestica e sessuale presentate contro l’ex compagno della donna.
Nella sentenza depositata il 2 luglio, i giudici di Strasburgo parlano di indagini non tempestive, di misure inadeguate e di una vittimizzazione secondaria alimentata anche da commenti giudicati sessisti. Una decisione che va oltre il singolo caso e che riporta al centro una domanda scomoda: quante donne, dopo aver trovato il coraggio di denunciare, si ritrovano ancora oggi a dover dimostrare di essere vittime?
Chi è Audrey Carmen Manuela Ubeda
Al centro della vicenda c’è Audrey Carmen Manuela Ubeda, cittadina francese di 43 anni residente da tempo in Italia e madre di due bambini nati nel 2011 e nel 2014. Nell’aprile del 2021 aveva denunciato l’ex compagno, padre dei figli, raccontando anni di violenze fisiche, psicologiche e sessuali subite all’interno della relazione. Le accuse riguardavano anche comportamenti aggressivi nei confronti dei minori. Dopo la denuncia, Ubeda e i figli furono trasferiti in una casa rifugio, dove sarebbero rimasti per circa tre anni. La sua storia è oggi diventata simbolo delle difficoltà che molte donne incontrano nel vedere riconosciute e affrontate tempestivamente le proprie denunce.
Secondo quanto ricostruito dalla Corte, le istituzioni italiane non avrebbero garantito un intervento rapido ed efficace. Mentre la donna e i figli venivano allontanati dalla loro vita quotidiana e costretti a vivere in una struttura protetta, l’ex compagno non fu sottoposto ad alcuna misura restrittiva.
Particolarmente pesanti risultano le valutazioni della CEDU sulle motivazioni con cui una pubblico ministero aveva chiesto l’archiviazione del procedimento nel novembre 2021. Un episodio denunciato dalla donna, durante il quale l’uomo avrebbe puntato un coltello alla sua gola, venne definito dalla magistrata uno “scherzo di cattivo gusto”. Ancora più controversi i commenti relativi alle accuse di violenza sessuale, giudicati dalla Corte permeati da stereotipi di genere e da una visione discriminatoria dei rapporti tra uomini e donne.
Per i giudici europei, queste affermazioni hanno contribuito a una forma di vittimizzazione secondaria, ossia quel fenomeno per cui chi denuncia una violenza subisce ulteriori traumi proprio da parte delle istituzioni chiamate a proteggerlo. La Corte ha inoltre censurato la lentezza delle procedure giudiziarie: sebbene la donna avesse chiesto l’affidamento esclusivo dei figli, la responsabilità genitoriale dell’ex compagno è stata revocata soltanto nel maggio del 2024, tre anni dopo l’avvio della procedura.
Anche sul fronte penale il percorso è stato particolarmente lungo: il rinvio a giudizio dell’uomo è arrivato solo nel febbraio 2024 e, secondo quanto riferito dalla Corte, la prima udienza non si è mai tenuta.
Per Strasburgo, le autorità italiane non hanno svolto indagini tempestive e approfondite e non hanno verificato periodicamente se le misure adottate fossero realmente adeguate alla tutela della donna e dei bambini.
Una sentenza che parla a tutto il Paese
La decisione della CEDU non riguarda soltanto un singolo caso, ma richiama l’attenzione su problemi strutturali che continuano a emergere nella gestione della violenza domestica: ritardi nelle indagini, sottovalutazione del rischio, stereotipi di genere e difficoltà nel garantire una protezione effettiva alle vittime.
La sentenza potrà essere impugnata entro tre mesi. Se ciò non accadrà, diventerà definitiva. Nel frattempo, il pronunciamento di Strasburgo rappresenta un monito importante: la protezione delle donne e dei minori vittime di violenza non può essere affidata a valutazioni superficiali né a pregiudizi culturali che finiscono per mettere nuovamente sotto accusa chi ha trovato il coraggio di denunciare.
Fonte: CEDU
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