Non è solo il caldo: la temperatura di bulbo umido è il vero limite della sopravvivenza umana

Per anni abbiamo misurato il caldo guardando una sola cifra: la temperatura dell’aria. Ma un termometro, da solo, racconta solo una parte della storia. Due giornate con 40 gradi possono avere effetti completamente diversi sul corpo umano. La differenza la fa l’umidità, ed è proprio da qui che nasce uno degli indicatori più importanti per comprendere il rischio climatico: la temperatura di bulbo umido.
Il termometro che misura lo stress del corpo
Ma che cos’è la temperatura di bulbo umido? Il nome deriva dal bulbo, cioè il piccolo serbatoio posto all’estremità dei tradizionali termometri, quello che contiene il liquido sensibile alla temperatura. Per misurare questo parametro, il bulbo viene avvolto in una garza mantenuta umida. L’acqua, evaporando, sottrae calore al bulbo e ne abbassa la temperatura. Più l’aria è secca, maggiore è l’evaporazione e più il termometro si raffredda; se invece l’aria è già ricca di umidità, l’evaporazione rallenta e la temperatura rilevata resta vicina a quella dell’aria. È proprio questa misura a indicare quanto efficacemente anche il corpo umano riesca a raffreddarsi attraverso il sudore. Nelle moderne stazioni meteorologiche il valore è oggi ricavato soprattutto con sensori elettronici, ma il principio fisico su cui si basa resta lo stesso.
Ricapitolando, la temperatura di bulbo umido combina temperatura e umidità per valutare quanto il nostro organismo riesca a disperdere calore attraverso la sudorazione. Se l’aria è secca, il sudore evapora facilmente e raffredda la pelle. Quando invece l’umidità è elevata, questo meccanismo si inceppa: il sudore resta sulla pelle, il corpo accumula calore e la temperatura interna continua a salire.
È per questo che 40 °C con aria asciutta non equivalgono a 40 °C in un ambiente saturo di umidità. Nel secondo caso lo stress fisiologico aumenta rapidamente, anche restando all’ombra.
La soglia dei 35 gradi
Secondo l’Università delle Nazioni Unite (UNU-EHS), una temperatura di bulbo umido di 35 °C rappresenta il limite teorico oltre il quale il corpo umano non riesce più a raffreddarsi nemmeno disponendo di acqua e riparo dal sole. Nel rapporto Interconnected Disaster Risks 2023 si legge che un’esposizione superiore a sei ore può provocare conseguenze gravissime perfino per “un giovane adulto sano che riposa in condizioni ombreggiate e ventilate”. Per anziani, lavoratori all’aperto e persone fragili il pericolo arriva molto prima.
Lo studio
Il dato più interessante arriva dal PSU HEAT Project della Pennsylvania State University. I ricercatori hanno testato 24 giovani adulti sani in camere climatiche controllate, simulando attività quotidiane leggere come camminare o pedalare a bassa intensità. Nessun partecipante ha raggiunto il limite teorico dei 35 °C: le condizioni in cui il corpo non riusciva più a mantenere stabile la temperatura interna si sono verificate tra 30 e 31 °C negli ambienti caldo-umidi e addirittura tra 25 e 28 °C in quelli molto caldi e secchi. Gli autori concludono che “tutte le soglie critiche osservate erano significativamente inferiori ai 35 °C teorici” e che non esiste probabilmente un unico valore valido per tutti i climi del pianeta.
Il clima cambia anche il rischio
Il riscaldamento globale rende queste condizioni sempre meno eccezionali. Il caldo estremo provoca già oggi circa 500 mila morti in eccesso ogni anno nel mondo secondo la UNU-EHS, mentre l’aumento delle emissioni di gas serra accresce la probabilità che temperatura e umidità raggiungano contemporaneamente livelli critici.
Le aree più esposte sono l’Asia meridionale e il Medio Oriente. Jacobabad, in Pakistan, considerata una delle città più calde del Pianeta, ha già sperimentato più volte condizioni prossime alla soglia critica. Se il riscaldamento globale continuerà, entro pochi decenni questi episodi potrebbero diventare ricorrenti in diverse regioni.
Adattarsi non basta
Condizionatori, ventilatori, tetti riflettenti, alberi e nuove strategie urbanistiche possono ridurre il rischio, ma non eliminano il problema. La temperatura di bulbo umido è un indicatore che misura il margine entro cui il corpo umano può ancora adattarsi. Oltre quel limite non cambia soltanto il modo in cui percepiamo il caldo: cambia la possibilità stessa di vivere e lavorare in alcuni territori. Per questo ridurre le emissioni non significa soltanto contenere un numero, ma evitare che il clima superi la soglia oltre la quale l’adattamento diventa sempre più difficile.
Fonti: PSU HEAT Project / UNU-EHS

