Gli effetti del Super El Nino sulle nostre tavole: perché i prezzi del cibo potrebbero schizzare fino al 2028

Il possibile “super” El Niño nel ciclo 2026-2027 potrebbe provocare uno shock globale dei prezzi alimentari destinato a farsi sentire fino al 2028. Secondo economisti ed esperti, insomma, in un mondo già attraversato da tensioni geopolitiche, guerre e rincari energetici, il clima potrebbe aggiungere un nuovo livello di pressione a un sistema alimentare che mostra sempre più crepe. E non finisce qui.
El Niño è un fenomeno climatico naturale che nasce quando le acque superficiali dell’Oceano Pacifico centrale e orientale si riscaldano oltre la norma a causa di cambiamenti nelle correnti e nei venti. Un aumento della temperatura marina che influenza il clima di intere regioni del pianeta e che può portare siccità in alcune aree e piogge torrenziali in altre, modificando i cicli agricoli e mettendo sotto pressione produzioni fondamentali.
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Ma oggi il contesto è in continuo mutamento e gli scienziati avvertono: El Niño che si sta formando nell’Oceano Pacifico potrebbe diventare il più potente degli ultimi 150 anni. Combinato con il riscaldamento globale, potrebbe spingere le temperature medie globali del 2027 a livelli mai registrati, scatenando ondate di calore, siccità e tempeste estreme in tutto il mondo.
Secondo uno studio pubblicato su Nature e gli esperti della NOAA, c’è un rischio reale che le temperature globali superino di 1,7 °C la media preindustriale, avvicinandosi alla soglia critica dell’Accordo di Parigi. L’evento potrebbe durare fino ad aprile 2027 e avere impatti devastanti su ecosistemi, barriere coralline e produzione agricola, con possibili perdite economiche enormi.
Un “Godzilla El Niño” in arrivo?
Gli episodi di El Niño del 1982-83, 1997-98, 2015-16 e 2023-24 sono stati tra i più intensi mai osservati. Secondo gli esperti, però, il ciclo previsto per il 2026-27 potrebbe essere ancora più forte, tanto da essere definito informalmente un “super El Niño” o un “Godzilla El Niño”.
La National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) ha indicato che le condizioni di riscaldamento del Pacifico stanno aumentando e che esiste una probabilità del 63% che le temperature superficiali del mare possano superare di oltre 2 °C la media entro la fine dell’anno. Se questo scenario dovesse concretizzarsi, il rischio sarebbe quello di una nuova ondata di eventi estremi: ondate di calore, siccità, inondazioni e tempeste più intense.

@NOAA
Gli analisti parlano di una possibile “tempesta perfetta”: da una parte gli effetti delle tensioni geopolitiche e della guerra in Iran, che hanno già contribuito a spingere verso l’alto alcuni prezzi alimentari e dei beni energetici. Dall’altra un clima sempre più instabile, capace di mettere in difficoltà raccolti e trasporti.
La parola climateflation (lo scrive il The Guardian riportando una nota degli analisti UniCredit) descrive proprio questo fenomeno: quando la crisi climatica diventa anche una crisi economica, aumentando i costi di produzione e quindi i prezzi finali.
Di quanto potrebbe aumentare il prezzo del cibo?
Come riporta il The Guardian, secondo gli analisti di Goldman Sachs, un El Niño particolarmente intenso potrebbe causare un aumento del 15,8% dei prezzi globali delle materie prime alimentari.
L’impatto non sarebbe immediato, perché il settore agricolo segue tempi naturali: semina, crescita e raccolta avvengono in momenti diversi a seconda delle colture e delle aree geografiche. Proprio per questo gli effetti completi potrebbero emergere soltanto nella seconda metà del 2028. E anche i consumatori europei potrebbero risentirne, con un possibile aumento dei prezzi alimentari nell’area euro.
Il Parmigiano Reggiano e la pesca nel Delta del Po
Le temperature sempre più elevate stanno mettendo sotto pressione alcune delle eccellenze agroalimentari italiane. Secondo quanto riportato dall’agenzia Reuters, il caldo record rappresenta una nuova minaccia per la filiera del Parmigiano Reggiano, con conseguenze che coinvolgono sia gli allevamenti sia la fase di conservazione del prodotto.
Le mucche soffrono le ondate di calore: con temperature elevate tendono a muoversi meno, trascorrono più tempo sdraiate, riducono l’alimentazione e possono arrivare a produrre fino al 10% di latte in meno. A peggiorare la situazione contribuisce anche la siccità: senza piogge regolari, infatti, diminuisce la disponibilità di erba e fieno, fondamentali per l’alimentazione degli animali destinati alla produzione del celebre formaggio.
Per cercare di ridurre lo stress termico negli allevamenti vengono sempre più utilizzati ventilatori e sistemi di nebulizzazione dell’acqua, soluzioni che però fanno aumentare i consumi energetici e i costi di produzione. Anche i magazzini dove stagionano le forme di Parmigiano Reggiano richiedono più energia per mantenere condizioni adeguate di temperatura e umidità. Se gli episodi di caldo estremo dovessero diventare più frequenti e intensi, il rischio è quello di un ulteriore aumento dei costi lungo tutta la filiera.
Gli effetti delle temperature anomale si fanno sentire anche negli ecosistemi acquatici del Delta del Po, tra le province di Rovigo e Ferrara, dove è stato lanciato l’allarme per la moria di molluschi causata dal surriscaldamento delle acque.
Nelle aree costiere e lagunari la temperatura dell’acqua ha raggiunto i 32 gradi, riducendo la quantità di ossigeno disponibile e creando condizioni difficili per molte specie. Nella Sacca di Scardovari, in provincia di Rovigo, il Consorzio Cooperative Pescatori del Polesine segnala pesanti perdite per la produzione di cozze e manifesta preoccupazione anche per le ostriche, più resistenti ma comunque esposte agli effetti del caldo.
Situazione critica anche nella Sacca di Goro, nel Ferrarese, dove le alte temperature e lo scarso ricambio dell’acqua hanno trasformato la laguna in una sorta di “pentola” naturale, mettendo a rischio soprattutto gli allevamenti di vongole. A complicare ulteriormente il quadro è arrivata una fioritura algale particolarmente intensa, un fenomeno che non si osservava con questa portata da almeno 10-15 anni. Gli operatori sono costretti a rimuovere le alghe per poter continuare le attività di raccolta e allevamento. Inoltre, le barriere installate contro il granchio blu possono ridurre ulteriormente il ricambio idrico nelle aree lagunari.
Secondo le stime, la crisi climatica provoca ogni anno danni diretti alla pesca professionale italiana per circa 200 milioni di euro, con un impatto particolarmente pesante sulla molluschicoltura.
Tutto questo è solo un ulteriore segnale di come l’aumento delle temperature e gli eventi climatici estremi stiano già modificando profondamente produzioni, ecosistemi e filiere alimentari.
