A soli 23 anni Najmeh Amini è stata condannata a morte in Iran per un post sui social, l’appello disperato: “siate la mia voce”

Una tragica vicenda giudiziaria dall’Iran riaccende i riflettori internazionali sulla durissima repressione del dissenso politico e digitale. La protagonista è Najmeh Amini, una studentessa di contabilità di 23 anni arrestata il 3 febbraio 2026 a Mashhad durante un’operazione di monitoraggio informatico condotta dalla polizia cibernetica iraniana FATA. Attualmente reclusa nel carcere di Vakilabad, la ragazza si trova ad affrontare una duplice sentenza emessa da organi giudiziari distinti: un tribunale penale ordinario e un tribunale rivoluzionario.
Nel primo procedimento, presieduto dal giudice Javad Asian-Yazd della Sezione 6 del Tribunale Penale Uno della provincia di Khorasan Razavi, la giovane è stata condannata alla pena capitale con l’accusa di sab ol-nabi, ovvero insulto al profeta e agli Imam Infallibili, reato regolato dall’articolo 262 del Codice Penale Islamico. Nel secondo processo le è stata comminata una pena a 12 anni, 6 mesi e 1 giorno di reclusione per minaccia alla sicurezza nazionale e diffusione di propaganda contro il regime, scaturita dall’ondata di manifestazioni iniziata a gennaio 2026 che ha registrato oltre 50.000 arresti in tutto il Paese.
La difesa negata in aula e il disperato appello inviato dal carcere
Durante le udienze la difesa di Najmeh Amini ha tentato di far valere le esenzioni previste dall’articolo 263 del codice penale, spiegando che la pubblicazione delle frasi sia avvenuta sotto l’effetto accidentale di sostanze allucinogene e funghi consumati con amici. Tuttavia, la presidenza del tribunale ha respinto l’ipotesi di una temporanea alterazione dello stato psicofisico, trasformando il verdetto in una condanna a morte.
Le organizzazioni non governative, tra cui Human Rights Activists in Iran e Iran Human Rights diretta da Mahmood Amiry-Moghaddam, hanno denunciato che nell’anno in corso si contano già oltre 600 esecuzioni capitali nel Paese. Dalla sua cella la giovane ha affidato a una registrazione audio un toccante appello rivolto alle Nazioni Unite e alla comunità internazionale:
Non voglio passare per un’eroina oggi. Voglio solo una cosa: siate la mia voce. Sono una ragazzina innocente con tante speranze e sogni. Ho dei genitori che mi aspettano. Una famiglia che ogni notte, con la paura di perdermi, trasforma la propria notte in un mattino.
Una realtà sconcertante che richiede un’immediata mobilitazione globale
Risulta profondamente sconcertante e inaccettabile che nel 2026 la vita di una donna di 23 anni possa essere spezzata da una sentenza di morte per la semplice pubblicazione di un messaggio digitale su un social network. Una simile sproporzione punitiva mette a nudo la ferocia sistemica di un apparato stragiudiziale che trasforma la libertà d’espressione in un reato capitale al solo scopo di seminare il terrore tra i giovani.
Di fronte a un’ingiustizia tale, il silenzio della diplomazia rischia di trasformarsi in complicità morale. La comunità internazionale ha il dovere etico di unire la propria voce a quella di Najmeh Amini, pretendendo l’immediato annullamento della condanna a morte e lo stop definitivo alle esecuzioni politiche.
Fonte: Iran Human Rights (IHR)
