Caldo “caraibico”, il Premio Nobel Parisi risponde a La Russa e ai negazionisti del clima: “Ci si abitua… al camposanto”

Il sarcasmo, certe volte, arriva dove la prudenza si ferma a mezza frase. Giorgio Parisi, premio Nobel per la Fisica nel 2021, ha scelto un’immagine ruvida, quasi sgradevole, per rispondere alle parole di Ignazio La Russa sul caldo e sulla crisi climatica:
Ci si può abituare al caldo? Certo. Uno si può abituare, ma può anche andare al camposanto prima di abituarsi
Una battuta nerissima, certo. Dentro quella frase resta una cosa molto semplice: il caldo estremo uccide, soprattutto chi ha meno strumenti per difendersi.
Le parole di Parisi arrivano dopo l’uscita del presidente del Senato, che durante la presentazione di un libro a Milano aveva parlato di adattamento al “clima caraibico”:
Ci abitueremo al clima caraibico, non vuol dire che moriremo.
La frase completa conteneva anche un richiamo alla necessità di “attivarsi per limitare i danni”, però l’immagine rimasta addosso al dibattito è quella: il caldo come una specie di soggiorno premio ai Caraibi, solo senza mare, senza cocktail e con l’asfalto che restituisce calore fino a mezzanotte.
Parisi ha scelto la schiettezza
Parisi avrebbe potuto rispondere con i grafici, con le serie storiche, con l’ennesima spiegazione sulle anomalie termiche, sulle isole di calore, sulle emissioni e sugli scenari. Ha scelto il camposanto. Un’immagine brutale, proprio perché il dibattito sul caldo estremo spesso viene ripulito fino a diventare una conversazione da ombrellone: fa più caldo, si beve di più, si accende il ventilatore, si compra il lino, si mette una playlist estiva e via, adattamento completato. Peccato per quel dettaglio fastidioso chiamato organismo umano.
Il problema è che il corpo umano funziona con margini molto meno elastici delle dichiarazioni pubbliche. Il caldo pesa sul cuore, sulla pressione, sui reni, sul respiro, sulla lucidità. Aggrava patologie già presenti, colpisce chi vive solo, chi ha più anni sulle spalle, chi prende alcuni farmaci, chi lavora all’aperto, chi abita in case vecchie, male isolate, esposte per ore al sole. La temperatura, in certi giorni, smette di essere un fastidio e diventa un rischio sanitario.
L’Organizzazione mondiale della Sanità ricorda che lo stress da calore è tra le principali cause di morte legate agli eventi meteorologici. Può aggravare malattie cardiovascolari, diabete, disturbi respiratori, problemi di salute mentale, aumentare il rischio di incidenti e rendere il colpo di calore un’emergenza medica ad alta letalità. Qui il “ci abitueremo” comincia a sudare male. Diventa una frase detta sopra un fenomeno che ha già un conto aperto con ospedali, famiglie e servizi sociali.
I morti non sono una sfumatura
I numeri disponibili fanno una cosa molto scortese: tolgono alla battuta di Parisi il lusso di sembrare soltanto una battuta. Uno studio pubblicato su Nature Medicine ha stimato 62.775 morti legati al caldo in Europa nell’estate 2024, contro 50.798 nel 2023 e 67.873 nel 2022. In tre estati, oltre 181mila decessi stimati nel continente. L’Italia risulta il Paese con il numero più alto di morti attribuibili al caldo nell’estate 2024: più di 19mila.
Sono stime epidemiologiche, quindi vanno lette per quello che sono: ricostruzioni statistiche del peso del caldo sulla mortalità, con intervalli di incertezza e modelli complessi. Anche tenendo conto di questa cautela, il quadro resta netto. Il caldo non si limita a rendere più faticosa l’estate. Entra nella mortalità, la modifica, la spinge. Soprattutto nei Paesi del Sud Europa, dove l’invecchiamento della popolazione, le ondate di calore ripetute e la fragilità urbana si sommano nello stesso punto.
Anche il Ministero della Salute, ogni estate, tratta il caldo come un rischio da prevenire, con bollettini per 27 città, livelli di allerta e indicazioni specifiche per le persone più vulnerabili. Il livello 3 segnala condizioni di rischio elevato persistenti per almeno tre giorni consecutivi, con effetti possibili anche sulla popolazione sana e conseguenze più gravi per anziani, bambini, donne in gravidanza e persone con malattie croniche. Una macchina del genere non si mette in piedi perché luglio è diventato antipatico. Si mette in piedi perché ogni estate qualcuno finisce davvero in difficoltà.
Adattarsi non significa cavarsela
La parola adattamento viene spesso usata come una coperta buona per tutto. Solo che adattarsi al caldo estremo significa intervenire sulle case, sulle scuole, sugli ospedali, sui luoghi di lavoro, sugli orari, sui quartieri, sulle reti elettriche, sulla sanità territoriale. Significa piantare alberi dove servono, creare ombra vera, togliere superfici roventi, proteggere chi lavora nei cantieri e nei campi, raggiungere gli anziani soli prima che una stanza diventi una trappola.
Chi ha soldi si adatta prima. Compra un condizionatore migliore, cambia infissi, parte, si sposta, lavora in un ufficio raffrescato, vive in una casa meno esposta. Chi ha meno margine economico resta dove si trova: all’ultimo piano, in una periferia senza alberi, in una casa umida d’inverno e bollente d’estate, con la bolletta guardata come una minaccia. L’adattamento, quando diventa privato, seleziona. E seleziona sempre nello stesso verso.
Parisi ha riportato il discorso in quel punto preciso. Non nel grande scenario astratto della crisi climatica, non nella disputa eterna tra catastrofisti e minimizzatori, non nella gara a chi ricorda estati più calde negli anni Ottanta. Lo ha riportato nella zona in cui le parole leggere incontrano i corpi fragili. Ed è lì che la frase sul camposanto smette di essere solo sarcasmo. Diventa una correzione secca. Basta togliere di mezzo il trascurabile dettaglio di restare vivi.
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