Ex Ilva, stop all’area a caldo entro 90 giorni: la sentenza, i rischi occupazionali e il piano Jindal

Quando si entra a Taranto venendo da Nord, non si può fare a meno di strizzare gli occhi per cercare di individuare i numeri apposti sugli enormi silos che fanno parte del complesso industriale della grande acciaieria. Sono più di 3.000. L’ex Ilva ha ridisegnato completamente la geografia urbana e sociale del capoluogo pugliese. E la storia dello stabilimento siderurgico più grande d’Europa è ancora tutta da scrivere.
Ieri arriva la sentenza della Corte d’Appello di Milano che ha accolto le proteste dei tarantini: sospensione di 90 giorni delle attività lavorative con il fine di bonificare l’amianto residuo negli impianti. Nonostante tutto, l’acquirente indiano Jindal non si sta facendo indietro nell’acquisto. Ma andiamo con ordine.
Cosa dice la sentenza che porta al fermo di 90 giorni
Dall’impianto di Taranto sono stati smaltiti negli ultimi 20 anni circa 6.780 chilogrammi di sostanze contenenti amianto. Ne restano ancora oltre 2.000 a fare da materiale di isolamento dei cowper, i recuperatori di calore degli alti forni.
L’omissione dell’Autorizzazione Integrata Ambientale del 2025 non prevedeva nessuna prescrizione vincolante per la sanificazione dei dispositivi. Cosa che, secondo i giudici, si è tradotta in un prolungamento dell’esposizione al rischio per i lavoratori e per la popolazione residente.
Ma l’amianto non è l’unico fronte su cui si è espressa la Corte di Milano. Nel Piano d’insieme delle condizioni dell’Ilva mancano:
- il monitoraggio delle fonti emissive, per cui non si ha la misura di quante e quali sostanze si rilascino nell’aria:
- la chiusura degli interventi di contenimento delle polveri sottili.
La sospensione dell’area a caldo dovrà rimanere in vigore finché Acciaierie d’Italia, che ha in gestione straordinaria gli stabilimenti, non avrà dimostrato di aver rimosso completamente l’amianto e adottato ogni misura per mettere in sicurezza la salute di lavoratori e cittadini.
Il vertice d’urgenza a Palazzo Chigi: cosa ne sarà della vendita a Jindal
La sentenza arriva in un momento delicato della cessione di Ilva all’indiana Jindal. Inoltre, chiudere anche solo temporaneamente l’area a caldo significa fermare il cuore della catena industriale siderurgica italiana, con effetti che si ripercuotono su stabilimenti anche in Nord Italia.
Per il momento l’esecutivo ha confermato l’erogazione di una tranche di finanziamenti per 100 milioni di euro, con il fine di garantire la continuità operativa minima e la messa in sicurezza degli impianti. La cessione del polo strategico tarantino avverrà per una cifra simbolica che si porta dietro due promesse da parte del colosso indiano:
- la trasformazione di Ilva in un forno elettrico a basse emissioni di carbonio;
- la tutela dei posti di lavoro.
Lo Stato dovrà investire circa 7 miliardi di euro per assicurarsi che Ilva non venga semplicemente chiusa. In questo momento l’aspetto che preoccupa di più è quello lavorativo. La chiusura, parziale o totale, di parte degli impianti mette a rischio più di 10.000 dipendenti diretti del gruppo, che raddoppiano se si considera l’intera filiera.
Qual è il futuro prossimo dell’Ilva di Taranto
La sentenza di Milano ha dato ragione alle famiglie e ai comitati di quartieri tarantini: il diritto alla salute non può essere subordinato a esigenze produttive. Ma non si esclude ancora del tutto un ricorso in Cassazione da parte di Acciaierie d’Italia. Vero è anche che nessuno dovrebbe essere sottoposto al ricatto occupazionale, pagato con la moneta del proprio benessere fisico. Motivo per cui i Governi nel corso degli anni si stanno adoperando per garantire, nei limiti del possibile, la riconversione ecologica di uno dei settori più energivori ed inquinanti del secondario e la tutela dei posti di lavoro.
