L’inclusione comincia dalla porta d’ingresso: la corsa contro il tempo di questa associazione per una sede senza barriere

Parlare di inclusione durante un convegno, o farne un bell’hashtag da social, è facile. Viverla ogni giorno, tra scale, ascensori e bagni di un qualunque palazzo cittadino è tutta un’altra faccenda. Lo sa bene “Io se posso KOMUNICO“, un’associazione che da anni a Roma accompagna bambini con disabilità intellettive e gravi difficoltà comunicative attraverso percorsi educativi, inclusivi e riabilitativi con l’obiettivo di restituire a ogni persona il diritto fondamentale di esprimersi, farsi comprendere e interagire con il mondo.
Dopo la naturale scadenza del contratto d’affitto della propria sede storica, l’associazione si è trovata di fronte a quello che doveva essere un normale passaggio logistico: cercare un nuovo spazio di accoglienza e terapia. Ma ciò che doveva essere la semplice ricerca di qualche stanza idonea si è trasformato in un amaro percorso a ostacoli che quasi nessuno nota, finché non lo vive sulla propria pelle.
Quando il problema non è trovare uno spazio, ma trovare una porta
Locali ampi, luminosi, adatti alle terapie individuali e di gruppo: di questi, in una città come Roma, se ne trovano diversi. Il vero scoglio è stato un altro, molto più elementare: trovare un luogo in cui una persona con disabilità potesse entrare senza aiuto, semplicemente dalla porta principale. Questa è stata la vera impresa titanica: la realtà immobiliare offerta da quella che è la capitale d’Italia si è presentata con il suo volto più escludente: decine di locali visitati, continuamente bocciati per la presenza di gradini insuperabili, ascensori troppo stretti per una carrozzina o bagni del tutto inaccessibili. Come ci ha raccontato Valentina Colozza, Presidente dell’associazione:
Ogni volta ci trovavamo davanti alla stessa domanda: come si può parlare di inclusione se gli spazi continuano a escludere? Noi diciamo ogni giorno a queste famiglie che è la società a doversi adattare alle persone, e non il contrario. Poi, però, arriva la realtà a metterti alla prova.
Di fronte all’impossibilità di reperire sul mercato uno studio già privo di ostacoli, quindi, l’associazione ha preso una decisione coraggiosa e di principio: scegliere un locale strutturalmente adatto, assumendosi l’impegno di ristrutturarlo da cima a fondo per renderlo 100% accessibile a tutti.
Non stiamo parlando di rifiniture estetiche. Servono un ascensore a norma e un bagno rifatto da zero, pensato per essere usato in autonomia e in sicurezza da chiunque. Sono lavori importanti, con costi che una piccola realtà del terzo settore difficilmente può reggere da sola.
Ed è qui che il tema si allarga, diventando qualcosa che riguarda tutti noi. Una comunità sostenibile non si misura solo dal verde urbano o dalle emissioni ridotte: si misura anche dalla sua capacità di non lasciare indietro nessuno. L’abbattimento delle barriere architettoniche è, a tutti gli effetti, una forma di sostenibilità sociale, tanto quanto piantare alberi o ridurre la plastica.
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Per trasformare i lavori in realtà, l’associazione ha lanciato una campagna di crowdfunding sulla piattaforma GoFundMe con un obiettivo chiaro: trasformare quel nuovo spazio in una casa sicura, aperta e accessibile a tutti e tutte, nessuno escluso.
Sostenere questa causa significa trasformare le parole dei convegni in mattoni reali, garantendo a decine di bambini e bambine il diritto di continuare a comunicare e a crescere. Contribuire, anche con una piccola cifra, significa aiutare a costruire uno spazio che non servirà soltanto a chi si sposta in carrozzina, ma anche al genitore con il passeggino, alla persona anziana con difficoltà a camminare e, prima o poi, a ognuno di noi.
Perché, in fondo, l’inclusione non comincia in terapia. Comincia dalla porta d’ingresso.

