Mezzo secolo dopo Seveso, la vera emergenza resta l’uomo: oltre 7 disastri ambientali su 10 dipendono da noi

Il 10 luglio 1976 una nube contenente diossina fuoriuscì dallo stabilimento Icmesa, contaminando Seveso e i comuni vicini. Fu il più grave incidente industriale della storia italiana e uno degli eventi che cambiarono per sempre l’approccio europeo alla sicurezza degli impianti, fino all’adozione delle cosiddette Direttive Seveso. Cinquant’anni dopo la sua eredità riguarda soprattutto una domanda: abbiamo imparato a prevenire i disastri ambientali?
La risposta, almeno guardando ai numeri, è meno rassicurante di quanto si potrebbe pensare. L’ultimo rapporto dell’Osservatorio Pool Ambiente, diffuso proprio in occasione del cinquantesimo anniversario della tragedia lombarda, ribalta infatti una convinzione ormai radicata: in Italia i danni ambientali non sono provocati principalmente da alluvioni, eventi meteorologici estremi o altre fatalità. Oltre il 70% dei casi nasce invece da responsabilità umane, come manutenzione insufficiente, corrosione degli impianti, errori operativi e guasti tecnici. Gli eventi naturali eccezionali pesano appena per il 2,7%.
La manutenzione dimenticata
Ogni anno nel nostro Paese si registrano tra 1.000 e 1.500 nuovi casi di contaminazione ambientale. Un dato ancora più significativo è che tra 500 e 900 episodi riguardano aziende perfettamente in regola sotto il profilo autorizzativo. Essere conformi alle norme, dunque, non basta se la gestione quotidiana del rischio resta inadeguata. Le statistiche individuano un punto debole preciso: serbatoi, vasche e condutture interrate sono responsabili del 40,5% dei sinistri ambientali, davanti alle aree di impianto e movimentazione (22,8%) e agli incendi o alle esplosioni (10,1%). Molte di queste infrastrutture hanno ormai superato la loro vita utile, aumentando il rischio di cedimenti e perdite che spesso rimangono invisibili fino a quando la contaminazione è già avvenuta.
“A cinquant’anni dal disastro di Seveso dobbiamo comprendere che la tutela dell’ambiente non è più solo una questione di adempimento burocratico, ma di gestione tecnica e culturale del rischio ambientale”, osserva Lisa Casali, divulgatrice scientifica e manager di Pool Ambiente. “La prevenzione del danno ambientale passa prima di tutto da una strategia di manutenzione predittiva e da una formazione strutturata del personale, non da interventi difensivi contro eventi eccezionali”.
Il costo dell’imprevidenza
L’aspetto ambientale è solo una parte del problema. Ogni contaminazione si traduce anche in un costo economico spesso devastante. Secondo le stime dell’Osservatorio, tra il 2006 e il 2023 circa 20 mila imprese sono fallite per l’impatto delle bonifiche, mentre oltre il 99% degli incidenti non dispone di una copertura assicurativa dedicata ai costi di ripristino. Alla fine il conto ricade sulle aziende coinvolte, sulle amministrazioni pubbliche e, inevitabilmente, sui cittadini.
Per questo gli esperti insistono sulla necessità di intervenire prima che il danno si produca. La lista degli errori più frequenti è nota: non mappare i rischi, rimandare la manutenzione, trascurare la formazione del personale, rinunciare ai sistemi di contenimento, non predisporre piani di emergenza e sottovalutare la copertura assicurativa. Errori apparentemente ordinari che, sommati, alimentano la gran parte delle contaminazioni ambientali italiane.
Una lezione ancora attuale
Per decenni Seveso è stata raccontata come la storia di un incidente eccezionale. I dati disponibili oggi suggeriscono invece una riflessione diversa. Le grandi emergenze attirano inevitabilmente l’attenzione dell’opinione pubblica, ma il rischio ambientale si costruisce soprattutto nella normalità, tra manutenzioni rinviate, impianti che invecchiano, controlli insufficienti e organizzazioni che continuano a considerare la prevenzione come un costo anziché un investimento. È forse questa la lezione più attuale del disastro del 1976. La sicurezza ambientale dipende, soprattutto, dalla capacità di evitare che errori perfettamente prevedibili continuino a trasformarsi in nuovi casi di contaminazione.
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