New York sospende i permessi per i maxi data center: è il primo stato a imporre una moratoria negli USA

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Lo stato americano di New York ha fatto una cosa quasi sconveniente, nel pieno della corsa all’intelligenza artificiale: ha chiesto di vedere il conto prima di apparecchiare la rete elettrica. Il 14 luglio 2026 la governatrice Kathy Hochul ha firmato l’ordine esecutivo numero 62, congelando fino a un anno i nuovi permessi ambientali statali per i data center capaci di assorbire almeno 50 megawatt.

È la prima moratoria adottata da uno Stato americano. Le ragioni sono illustrate da Hochul nell’annuncio del provvedimento:

Lo sviluppo dei data center minaccia di far aumentare i costi delle utenze, impoverire le nostre risorse naturali e creare incertezza.

La moratoria ha delle porte laterali

Detta così, sembra una serranda abbassata davanti ai capannoni di Big Tech. Il testo è più stretto.

Il Dipartimento per la conservazione ambientale di New York dovrà sospendere le richieste di permessi, licenze e autorizzazioni statali per la costruzione o l’ampliamento di data center che risultavano ancora incomplete il 14 luglio. Le pratiche già dichiarate complete possono andare avanti. Lo stesso vale per le autorizzazioni locali e per gli impianti già in funzione.

Restano fuori anche le strutture usate principalmente per attività manifatturiere, ricerca scientifica, istruzione e assistenza sanitaria, compresi i centri accademici dedicati al calcolo quantistico o biomedico e il consorzio pubblico Empire AI. La soglia è fissata a 50 megawatt. Un impianto che funzionasse a pieno carico per ventiquattro ore consumerebbe 1,2 gigawattora in un giorno. Un capannone con un appetito notevole, insomma.

Dodici gigawatt bussano alla rete

Il numero che ha fatto cambiare tono ad Albany è 12.000 megawatt. Secondo l’ordine esecutivo e il rapporto Power Trends 2026, a maggio erano entrate nella coda dell’operatore elettrico di New York richieste di connessione per quasi 12 gigawatt legate ai data center. Oltre 8 gigawatt erano comparsi soltanto nel 2025.

Sono progetti ancora sulla carta e alcuni potrebbero ridursi, slittare o sparire. La rete, però, andrebbe potenziata prima di sapere quali domande diventeranno davvero cantieri. L’ordine cita apertamente il rischio di spendere per linee e impianti destinati a servire carichi che potrebbero non materializzarsi più.

Per capire le proporzioni, nell’estate 2025 il picco di domanda previsto per tutto lo Stato era di 31.471 megawatt. La coda dei data center vale quindi, almeno sulla carta, circa il 38% di quel picco.

Il fenomeno riguarda tutti gli Stati Uniti. Il 2024 United States Data Center Energy Usage Report, preparato dal Lawrence Berkeley National Laboratory per il Dipartimento dell’Energia, stima che nel 2023 i data center abbiano consumato 176 terawattora, il 4,4% dell’elettricità nazionale. Entro il 2028 potrebbero arrivare a 325-580 terawattora, tra il 6,7% e il 12% dei consumi statunitensi.

Nello stesso anno hanno utilizzato direttamente circa 66 miliardi di litri d’acqua, soprattutto per il raffreddamento. Il cloud ha cavi, pompe e torri evaporative. Solo il nome suggerisce leggerezza.

Chi usa la rete dovrà pagarla

Durante la pausa, il Dipartimento dei servizi pubblici dovrà preparare una valutazione ambientale generale dedicata ai data center, con consultazione e audizione pubblica. Verranno esaminati domanda elettrica, consumo e qualità dell’acqua, emissioni atmosferiche, rumore e conseguenze sulle comunità già esposte a maggiori pressioni ambientali.

Entro dodici mesi il Dipartimento per la conservazione ambientale dovrà controllare anche se le norme sui prelievi idrici siano adatte a strutture che lavorano giorno e notte e possono richiedere enormi quantità d’acqua per raffreddare i server.

Hochul ha chiesto poi di valutare un New York Grid Acceleration Fund. I gestori potrebbero essere obbligati a versare contributi anticipati per potenziare la rete, finanziare nuova produzione pulita e sistemi di accumulo, ridurre i consumi nei momenti critici e alimentare una sorta di assicurazione contro i progetti cancellati. Per ora il fondo è sulla carta. Serviranno altri atti per trasformarlo in soldi veri.

Entro metà settembre arriverà anche un Community Investment Framework, pensato per aiutare i Comuni a negoziare fondi per bollette, scuole, servizi per l’infanzia, reti idriche, depuratori e altre infrastrutture locali. La governatrice ha promesso infine di cancellare le esenzioni sulle imposte di vendita concesse ai data center più grandi. Anche qui servirà una legge.

La legge più severa aspetta Hochul

Il Parlamento di New York aveva già approvato il 4 giugno il Responsible Data Center Development Act, ancora in attesa dell’azione della governatrice. La proposta parte da una soglia molto più bassa: 20 megawatt.

Prevede una moratoria annuale, audizioni nelle comunità interessate, tariffe specifiche per acqua ed elettricità, obblighi sul lavoro e un obiettivo del 90% di energia rinnovabile entro il 2040. L’ordine esecutivo ha scelto invece i 50 megawatt. La fascia compresa tra 20 e 49,9 megawatt sfugge quindi alla nuova pausa.

La pressione politica, intanto, è cresciuta insieme ai consumi. In un sondaggio Ipsos condotto a maggio su 1.271 adulti statunitensi, il 55% si è detto contrario alla costruzione di un data center entro circa 16 chilometri da casa; appena il 10% era favorevole. Eppure, il 62% considera queste strutture necessarie per mantenere gli Stati Uniti competitivi nell’intelligenza artificiale.

I servizi piacciono. I capannoni, le condotte e le centrali che li tengono accesi decisamente meno. New York si è comprata fino a un anno per decidere. Quando la pausa finirà, acqua e rete avranno bisogno di regole, non di un altro comunicato. E la bolletta, soprattutto, dovrà avere il nome giusto.

Autore articolo: Ilaria Rosella Pagliaro