Stretto di Hormuz: l’Iran può davvero imporre legalmente un pedaggio per le navi? Ecco cosa dice il diritto internazionale

In questi giorni lo Stretto di Hormuz ha preso l’aria storta delle cose che dovrebbero restare aperte e invece finiscono nelle mani di chi vuole farne leva. Teheran ha rilanciato l’idea di chiedere un pedaggio alle navi in transito, legandolo alla sicurezza del passaggio e al ruolo dei Pasdaran. Parliamo di una rotta dove passa circa il 20% del petrolio mondiale, un corridoio strettissimo tra Iran e Oman che regge una parte enorme dell’equilibrio energetico globale.
Se si prende sul serio la lettura prevalente del diritto internazionale, la risposta è no, o comunque sta molto vicino al no. Se si guarda la partita politica, invece, l’Iran prova a spostare il tavolo e a dire che quello stretto, almeno in questa fase, può diventare anche un luogo di pressione, di negoziazione, di ricatto. È questo scarto tra regole scritte e forza sul campo a rendere la vicenda molto più pesante di quanto sembri.
Teheran prova a trasformare il passaggio più sensibile del mondo in una tariffa
Sul piano giuridico il nodo sta nella Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare. La Parte III disciplina gli stretti usati per la navigazione internazionale e riconosce il diritto di passaggio di transito, cioè un attraversamento continuo e senza impedimenti. In pratica, uno Stato rivierasco può regolare il traffico, fissare corsie, imporre misure di sicurezza. Quello spazio, però, non diventa una cassa dove battere scontrini a ogni nave che passa.
Dentro questo lessico un po’ ostile c’è anche un’altra espressione, passaggio inoffensivo, che vale nel mare territoriale quando il transito non mette a rischio pace, sicurezza e ordine dello Stato costiero. È una nozione più stretta, e proprio qui si vede perché l’idea del pedaggio fatica a stare in piedi. Il guaio, o la furbizia, dipende dall’angolo da cui la si guarda: Iran e Stati Uniti non hanno ratificato UNCLOS, mentre lo hanno fatto circa 170 Paesi e anche l’Unione europea.
Teheran sostiene da tempo di avere contestato quel regime in modo costante e prova a ritagliarsi lo spazio del cosiddetto persistent objector, cioè di chi dice: quella regola consuetudinaria, per me, non vale allo stesso modo. È una tesi che circola sul piano giuridico, però non apre automaticamente la porta ai pedaggi. Le letture specialistiche continuano a considerare molto debole l’idea di trasformare Hormuz in un casello sovrano.
Anche l’International Maritime Organization si è mossa in modo piuttosto netto. Il 13 aprile 2026 il segretario generale Arsenio Dominguez ha richiamato la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz come questione grave e urgente. Nei giorni precedenti, l’agenzia dell’Onu aveva già definito un eventuale pedaggio un precedente pericoloso per la navigazione globale. L’Unione europea ha usato parole molto simili, chiedendo passaggio libero e sicuro nello stretto in linea con il diritto internazionale riflesso in UNCLOS.
Le regole esistono, ma il diritto si ferma a metà strada
Qui arriva la parte meno elegante e più vera: il diritto del mare scrive, chiarisce, delimita. Poi si ferma. Non esiste un meccanismo automatico che costringa uno Stato a riaprire subito il traffico o a rinunciare a una misura come il pedaggio. La contestazione può passare dai tribunali internazionali, dal Consiglio di sicurezza dell’Onu, dalla pressione diplomatica, dalle sanzioni economiche, dalle missioni navali. Tutto questo richiede tempo, volontà politica e rapporti di forza. Nel frattempo il traffico rallenta, i premi assicurativi salgono e le rotte cominciano a piegarsi dove conviene o dove fa meno paura.
È anche per questo che la vicenda cambia forma da un giorno all’altro. Reuters ha riferito di una proposta iraniana per consentire alle navi di uscire dal lato omanita di Hormuz senza rischiare attacchi, dentro una trattativa più ampia con Washington. È ovvio che Teheran stia trattando lo stretto come una leva negoziale viva, da allentare o stringere a seconda del momento. Sul piano giuridico i margini restano stretti. Sul piano politico, invece, quella leva produce effetti immediati.
Quindi sì, la domanda ha una risposta abbastanza chiara. L’Iran difficilmente può imporre pedaggi sullo Stretto di Hormuz in modo compatibile con la lettura prevalente del diritto internazionale, secondo il testo di UNCLOS, secondo la posizione dell’IMO e secondo quella dell’Unione europea. Il punto, però, è un altro: tra ciò che il diritto consente e ciò che uno Stato prova a fare in pratica c’è di mezzo il mare. E il mare, quando ci passano petrolio, gas e navi di mezzo mondo, non aspetta che gli avvocati finiscano di discutere.
Ti potrebbe interessare anche:
- Dagli attacchi al Papa alle critiche a Meloni: perché Trump usa la guerra come uno show (facendo impazzire gli algoritmi)
- La lettera dei giuristi USA alla Casa Bianca dice una cosa scomoda (non solo per Trump): “Attacchi in Iran potenziali crimini di guerra”
- La tregua rallenta il panico, ma non alleggerisce il conto: così lo Stretto di Hormuz pesa ancora su energia e bollette
