Trump inventa la Giornata delle capesante “contro i comunisti”, ma quel mare era protetto da trent’anni

Prima arrivano i “comunisti”, poi le capesante. Nel racconto di Donald Trump funziona così: un mollusco diventa prova di libertà, una regola ambientale diventa sabotaggio, un fondale chiuso dal 1994 diventa materiale da comizio. Il presidente americano ha proclamato la Giornata nazionale delle capesante per celebrare la spinta alla riapertura della pesca nella Northern Edge di Georges Bank, nel New England, e ha invitato a votare Repubblicano alle elezioni di metà mandato: ha avvertito che, se dovessero vincere i “comunisti”, i pescatori quelle capesante potranno scordarsele.
La frase fa il suo lavoro. Si prende la scena, copre tutto il resto, riduce il mare a una battuta da palco. Eppure, la parte seria sta proprio lì, sotto il guscio: Georges Bank è uno dei grandi banchi sommersi dell’Atlantico nord-occidentale, storicamente ricchissimo e storicamente sfruttato. Nel 1994 le autorità federali statunitensi chiusero aree di Georges Bank e Nantucket Shoals alla pesca di fondo e alle capesante. La NOAA Fisheries ricorda che nel 1997 la capasanta atlantica venne classificata come sovrasfruttata. Trent’anni dopo, quella chiusura viene trattata come un lucchetto ideologico da far saltare.
Il meccanismo è sempre quello: si prende una misura ambientale, le si appiccica addosso un nemico abbastanza rumoroso e il resto scompare. Anche il fondale. La capasanta, fin qui, non risulta iscritta ad alcun partito. Vive sul fondo, filtra acqua, prova a non farsi raschiare via. Già questo basta per finire dentro una guerra ideologica.
La parola “comunisti” copre il raschio delle draghe
La pesca delle capesante atlantiche avviene soprattutto con draghe: telai metallici trainati sul fondale per raccogliere i molluschi. La NOAA spiega che draghe e reti a strascico possono rimuovere organismi bentonici, danneggiare strutture vive del fondo e alterare habitat che servono da riparo e nutrimento ad altre specie. Le chiusure, le rotazioni e i limiti agli attrezzi esistono per quello. Sono argini, non dispetti. Il mare non compila comunicati stampa per spiegare perché gli servano ancora.
La pesca è prelievo. Quella con le draghe è raschiamento. Può essere regolata, limitata, controllata, ma resta pressione fisica su un ecosistema. Aprire una zona protetta da trent’anni significa rimettere attrezzi pesanti su un fondale lasciato fuori dallo sfruttamento commerciale per una ragione precisa.
Nel giugno 2024 il New England Fishery Management Council aveva fermato il percorso di riapertura della Northern Edge. L’area conta per merluzzo atlantico, aragosta americana, aringa atlantica e per la produttività futura delle capesante su Georges Bank. I tecnici segnalavano anche un incastro scomodo: i mesi migliori per pescare capesante, giugno e luglio, si sovrappongono a fasi delicate per giovani merluzzi e aragoste con uova. Le ipotesi di accesso valutate toccavano anche il periodo di deposizione del merluzzo, tra marzo e maggio.
Un serbatoio biologico spacciato per miniera
La Northern Edge potrebbe essere una specie di vivaio invisibile per altri banchi di capesante, dal Southern Flank of Georges al Great South Channel fino al Nantucket Lightship. Ed è qui che il dettaglio tecnico diventa politico: quell’area non contiene soltanto molluschi pronti da raccogliere, potrebbe contribuire a generarne altri altrove. Raschiare lì può riempire le reti adesso e svuotare il futuro un po’ più in là. La politica vive di raccolti immediati. Il mare ragiona su tempi più lunghi, pessima abitudine per chi deve chiudere un annuncio prima che passi l’effetto.
La NOAA Fisheries, nel documento del 2 luglio 2026 sulle priorità dell’amministrazione, parla di riduzione degli oneri sulla pesca nazionale, sbarchi in calo dal 2019, produzione da aumentare, mercati da stabilizzare, prodotto americano da rafforzare. Dentro quel pacchetto compare anche l’accesso rotazionale alla Northern Edge. Aumentare produzione, in mare, significa spostare pressione su corpi vivi, fondali, stagioni riproduttive, specie bersaglio e specie trascinate dentro lo stesso gesto.
Per il 2026, intanto, il Framework 40 sulla pesca delle capesante prevede 36 giorni in mare per i permessi full-time e nessuna nuova access area. Questo rende ancora più evidente la frizione tra il tempo tecnico della gestione e il tempo politico dell’annuncio. Da una parte limiti, verifiche, stagioni. Dall’altra una festa nazionale e il nemico rosso agitato davanti ai pescherecci.
Il mare trasformato in comizio
Trump usa le capesante come usa tutto il resto: prende un oggetto concreto, lo svuota, lo riempie di appartenenza. Il pescatore diventa simbolo. Il mollusco diventa identità. Il vincolo ambientale diventa oppressione. La parola “comunisti” fa da solvente: scioglie i dettagli, cancella la complessità, lascia in superficie una storia facile da vendere.
Il mare, però, conserva le tracce. Una draga non passa come un post su Truth. Lascia segni dove vivono organismi lenti, piccoli, poco spendibili in una campagna elettorale. Le capesante hanno valore commerciale, certo. Anche il fondale ha valore, solo che non entra nel conto quando si parla di chili sbarcati e tavole americane. È il solito trucco contabile: si misura ciò che arriva al mercato, si sfuma ciò che resta rotto sotto.
La pesca industriale ha già preso molto dagli oceani: ogni riapertura dovrebbe partire da questa premessa. Se una zona è rimasta chiusa dal 1994, chi vuole riaprirla deve dimostrare che il danno sarà contenuto, misurabile, reversibile. Deve farlo con dati, limiti, controlli. Le capesante non sanno nulla di Marx. Stanno sul fondo, filtrano acqua, crescono dentro un ecosistema già spremuto abbastanza. Trump le ha messe sul palco. Le draghe aspettano sotto, dove gli slogan smettono di fare rumore e iniziano a lasciare segni.
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